Venerdì 16 Novembre 2018

Massimo Ghio

Fotografia di Massimo Ghio

Massimo Ghio nasce a Broni, in provincia di Pavia e in diocesi di Tortona, il 28 ottobre 1965. Dopo le scuole elementari e medie frequenta il Liceo Scientifico e il Politecnico di Milano dove conseguirà la laurea in ingegneria. La sua esistenza terrena termina il 26 agosto 1996 a seguito di un cancro all’apparato digerente. Dai 14 anni in poi partecipa con il padre Michele ai pellegrinaggi con gli ammalati organizzati dall’OFTAL. A 18 anni entra nella Croce Rossa come Volontario del Soccorso; diventerà Presidente del comitato di Stradella e Delegato Internazionale della CRI prima in Albania e poi in Ruanda, nel Campo profughi di Goma. Non manca il suo impegno appassionato nella sua Parrocchia, nella Caritas e in Oratorio.

Una vita quella di Massimo che, sia pur nel breve arco dei suoi trent’anni, è stata donata interamente, nel nome e per amore di Cristo, all’uomo sofferente che via via si presentava a lui con il volto del ferito sulle strade, dell’handicappato, del malato inguaribile davanti alla grotta di Lourdes, del povero, del profugo, dell’affamato, del bambino del Ruanda con impresso negli occhi l’orrore del genocidio. In tutti costoro egli ha servito Cristo sofferente, con amore e gratuità estrema, scegliendo di condividere anche la povertà dei miseri che soccorreva – i suoi stipendi erano devoluti a quei bambini che in Ruanda aveva visto litigarsi un pugno di riso – per arricchire quel tesoro celeste che tignola e ruggine non riescono a scalfire.

La sollecitudine per tutti i bisognosi, come un fuoco che gli ardeva dentro, gli permise di fare nell’arco di pochi anni tante attività di servizio che difficilmente trovano spazio in vite molto più lunghe, senza peraltro distoglierlo dai suoi impegni di studente, dal lavoro nell’attività commerciale della famiglia e dalla normalità della vita di un giovane di trent’anni amante dello sport, del cinema, del teatro, della musica, in generale di tutte le espressioni belle della cultura, appassionato cultore dell’amicizia che gli permetteva di avere, un po’ ovunque in Italia e non solo, un gran numero di persone che lo stimavano e gli volevano bene. Era un uomo libero, di quella libertà che gli uomini si concedono ad età ben maggiori dei suoi trent’anni.

Il Signore, che riserva la croce ai suoi eletti, lo chiamò alla prova suprema nei lunghi mesi della malattia; lo strappò improvvisamente dall’Africa per un’appendicite, che in realtà si rivelò qualcosa di più tremendo. Massimo capì che era giunto il momento non più di portare la croce sul petto, ma di salirvi sopra e comprese che ciò che non avrebbe più potuto fare con le mani, lo avrebbe fatto e meglio con l’offerta di sé. La vita gli sfuggiva giorno dopo giorno, ma visse in pienezza tutti i suoi giorni, perché, come lui stesso diceva, il tempo sempre e comunque è dono di Dio e non va sciupato. Nei mesi della malattia, Massimo si trasfigurò proprio mentre il suo corpo si disfaceva, la sua anima maturava per l’incontro con il Signore, sostenuta dalla grazia dei sacramenti e dalla preghiera. Otto giorni prima di morire, confidava ad un amico sacerdote: “in tutti questi mesi non ho mai chiesto perché, il Signore ha certamente i suoi buoni motivi”. Il suo letto divenne meta di un incessante pellegrinaggio di tanti amici, giovani e meno giovani, ai quali insegnava a vivere e a morire. Ora il suo corpo riposa nel piccolo cimitero si Santa Margherita di Moschieres, in comune di Dronero, in Val Maira, un pugno di case ormai disabitate aggrappate alle Alpi, là dove ci sono le radici della sua famiglia e certamente anche della sua fede, alta come quei monti e limpida come il cielo azzurro. Ha voluto essere sepolto là perché sapeva che gli amici, che sarebbero saliti ad onorare la sua tomba fin lassù, avrebbero incontrato nel silenzio il Signore della vita.

Nei giorni scorsi il quotidiano cattolico “Avvenire” gli ha dedicato l’intera terza pagina con un pezzo a firma di Marina Corradi e lo stesso giorno Radio Maria, con il suo direttore Padre Livio, ha riproposto integralmente l’articolo ai suoi ascoltatori.

Massimo in Ruanda e in Albania, ragazzo tra i ragazzi